Vanni Macchiagodena | Esposizione

Macchiagodena_copertina


Una domenica mattina di qualche settimana fa ho voluto telefonare a Simona, la graziosa compagna di Vanni (raffinata artista di suo, ingannevolmente naif), per ringraziarla della splendida cena della sera precedente, preparata per me e la mia compagna. Sulla scia della bella serata trascorsa assieme avrei avuto piacere di parlare anche con Vanni il quale, però, era, occupato nell’orto piantando, mi diceva Simona, alberi di melo e pero. Eccolo: un uomo alto quasi un metro e novanta, ricurvo, o in ginocchio, col ginocchio destro che tocca terra, che scava un buco per un seme, magari con le mani, mani di scultore che conoscono la terra, l’argilla, che la plasmano, novello dio, schivo Pigmalione, che infonde la vita a presenze memorabili, evocazioni odierne di una dimensione mitica, senza tempo, figure destinate ad abitare uno spazio che saremmo noi, interlocutori privilegiati, ad immaginare, a ritagliare ognuno nella propria domesticità, nei confini del proprio mondo. Al fine di rivendicare per noi stessi la Galatea che al dio avremmo, idealmente, sottratto. Sottrarsi,  infine, è nello stile di Vanni. Dell’uomo e dell’artista. Ma la forza della sua ricerca, il richiamo archetipico delle sue sculture, difficilmente lo sottrarrà, negli anni a venire, dall’essere accostato alla tradizione recente e vigorosa che va da Fontana a Marini a Paladino.

Ma torniamo indietro. Eccolo, l’uomo, che buca la terra per posare il seme di frutti futuri, che con quel ginocchio sfiora, o imprime, il punto preciso dal quale parte una lunga traccia di terra, quel basso orizzonte da cui nascono, si estendono, esplodono, i paesaggi dei suoi quadri. Paesaggi quasi sempre rocciosi, quasi sempre impregnati di biancori materici, di grigi soffusi, diffusi. Paesaggi dove i cieli, a volte, sono miracolati da una vaga e timida macchia di celeste; dove enormi blocchi di pietra, possenti, disumani nella loro sproporzione, si innalzano come scolpiti in un abbaglio color ocra-zafferano. Toni che vogliono evocare un mondo, un “Molise”, terra nativa dell’artista assunta ad emblema di un mondo di tutti, o di nessuno.  E’ quella traccia di terra, quella immancabile linea netta, incisa quasi, che fa da base, da orizzontale radice all’opera e all’universo di Vanni Macchiagodena. Linea violenta che taglia e, al contempo, garantisce che abbiamo tutti dove poggiare i piedi; che abbiamo tutti un punto fermo, saldo, sicuro, da cui partire, con gli occhi, per addentrarci nei suoi spazi vertiginosi, smisurati, seducenti.

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Se c’è un tema che si ripropone spesso nell’opera di Macchiagodena è quello della solitudine. Non è un caso che io abbia ripreso l’immagine dell’artista in ginocchio, a piantare un seme di albero. Non sono pochi i suoi quadri, difatti, dove gli orizzonti, vicini o lontani, sono puntellati da un unico tronco di alberello, appena accennato. Legni smagriti, spogli, imbarazzati più che fieri, quasi mai rigogliosi, quasi a domandarsi che ci fanno, lì, soli, in una natura che li sovrasta, che quasi li annulla. (E quando sono alberi folti sono spesso contrastati da venti o temporali. Alberi avversati, in pena.) Non sono alberi sopravvissuti ma, in un certo senso, spaesati, increduli, “gettati” – per dirla con Heidegger. Alberi che, con il loro richiamo, non vogliono però essere eco nostalgico, o gratuito, di un esistenzialismo demodé, ma presenza e testimonianza di una filosofia viva, scarna, di uno sguardo sul mondo, e sulla nostra condizione umana, che ha qualche antenato illustre nella riproposizione di Macchiagodena. Riguardatevi gli esili esseri filiformi di Giacometti, e ditemi voi se quegli alberi non sono la sua trasposta eredità. Oppure,  guardate bene il dipinto intitolato “Epilogo”: ditemi voi se l’omino in sella ad un microscopico cavallo, alla guida di una carovana giunta quasi alla fine di un pellegrinaggio assurdo, lungo infiniti chilometri per un crinale senza fine e senza tempo (altra lunga linea, leggermente obliqua), solo per arrivare ad un abissale precipizio… Quell’omino, non incarna l’uomo assurdo, il testardo, beffardo Sisifo, di Camus? Che ebbe a dire: “Al fine di comprendere il mondo, bisogna voltargli le spalle ogni tanto.” Così come fa lo scheletrico Chisciotte di Macchiagodena, figura, questa, in tutto giacomettiana, che solo, senza Sancho, si avvicina ignaro ad una specie di buco nero, voragine verticale, deforme tromba d’aria stracciata al cielo e nascosta dietro ad un unico mulino al vento, dietro al quale alberga , totale, assoluto, il mistero. E, forse, la morte.

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Nell’opera sia scultorea che pittorica di Macchiagodena si erge come eccezione a questo stato di cose la figura di San Martino, soldato romano del IV secolo. Di lui si narra che durante una ronda notturna, mentre era di stazione nella città gallica di Amiens, incontrò un mendicante seminudo. Vedendolo soffrire, tagliò in due il suo mantello militare per condividerlo con il poveraccio. La notte seguente Martino vide in sogno Gesù rivestito della metà del suo mantello, che dice ai suoi angeli: «Ecco qui Martino, il soldato romano che non è battezzato, è lui che mi ha vestito». La mattina dopo, quando Martino si risveglia, ritrova integro il suo mantello. La tradizione iconografica attorno alla figura del santo è ricca: basti pensare a van Dyck, ad El Greco, nonché alle precedenti e rinomate “Storie di San Martino,” affrescate da Simone Martini nell’omonima cappella della Basilica Inferiore di San Francesco ad Assisi. Nel caso di Macchiagodena, il gesto del santo – l’offerta del mantello reso sempre in un rosso sangue, denso, vivo, colore peraltro alieno alla tavolozza dell’artista molisano – è, secondo me, carico di un simbolismo che trascende quello della tradizione. Nel suo panorama pittorico, essenzialmente scevro della figura umana, la frequente rivisitazione della leggenda di San Martino da parte di Macchiagodena vuole alludere, credo, alla funzione stessa dell’arte, a quella sua funzione più alta,  più nobile: ovvero , al tentativo,  spesso disperato,  di ripristinare un legame atavico con l’Altro, di insistere sulla necessità della propria offerta, del proprio contributo – al contempo etico ed estetico – alla vita della polis;  ad una comunità che oggigiorno, sempre più tristemente, identifica invece nell’artista il mendicante ai margini del consesso civile, ignorandone, sprezzante, sia la figura che la portata del messaggio di condivisione. Del dono.  Ignorandone, o peggio ancora schernendo, la passione, il fuoco, l’operosità che colorano quel suo mantello, valori che risultano, ahimè, futili, laddove quelli dominanti sono dettati dall’ubiquità del “mercato” e dall’utilità presunta, sovente camuffata, del cosiddetto “bene di consumo”.

 

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Prima dicevo di Camus. Lo scrittore Premio Nobel (1957) chiude un suo straordinario racconto intitolato “Jona, o il lavoro dell’artista” con l’immagine di una tela al centro del quale, in caratteri minuscoli,  si legge una parola poco chiara: solitaire, o solidaire? Quale, il destino, quale la missione dell’artista? Quando penso a Vanni Macchiagodena, quando mi lascio vivere dai suoi quadri e dalle sue sculture, avverto quanto lui si dibatta entro i due poli della questione. E mi tornano in mente, quando mi lascio avvolgere dal suo mantello, le parole pronunciate a Stoccolma dallo stesso Camus in occasione della consegna del premio. Parole che qui riprendo, offrendole come possibile, ulteriore chiave di lettura per avvicinarsi all’opera di Vanni, anche in tempi maledettamente difficili come i nostri, in cui l’artista, quello vero come Macchiagodena, resiste comunque. Come i suoi alberelli.

 

“L’arte non è ai miei occhi gioia solitaria: è invece un mezzo per commuovere il maggior numero di uomini offrendo loro un’immagine privilegiata delle sofferenze e delle gioie di tutti. L’arte obbliga dunque l’artista a non isolarsi e lo sottomette alla verità più umile e più universale. E spesso chi ha scelto il suo destino di artista perché si sentiva diverso dagli altri si accorge ben presto che potrà alimentare la sua arte e questo suo esser diverso solo confessando la sua somiglianza con tutti: l’artista si forma in questo rapporto perpetuo fra lui e gli altri, a mezza strada fra la bellezza di cui non può fare a meno e la comunità dalla quale non si può staccare.”

 

-          Anthony Molino

 

Dal 19 al 27 aprile 2014
Castello925
 | Centro ricerca arte contemporanea
Fondamenta San Giuseppe
Sestiere Castello, 30122 Venezia
Fermata vaporetto: Giardini-Biennale