Il collage come paradigma est-etico

di Nicola Davide Angerame

Noi vediamo ciò che sappiamo. Così lo storico dell’arte Ernst Gombrich riassumeva un concetto che è d’importanza decisiva per il nostro approccio al mondo, alla cultura e all’arte. Il senso della vista rappresenta una delle specificità umane ed è lo strumento principale con il quale “conosciamo” il reale. Ma la vista non è una percezione pura. Secondo Gombrich, il quale mette a frutto le intuizioni della psicologia della Gestalt, la conditio sine qua non della visione-comprensione della realtà è proprio il sapere, che condiziona il cosa e il come della percezione ottica.

Un altro approccio filosofico interessante alla questione dell’arte è quello ermeneutico. Il filosofo tedesco Hans Georg Gadamer, allievo di Martin Heidegger, giunge alla conclusione che il ruolo dell’arte è quello di un gioco interpretativo infinito (ma non indefinito), nel quale noi non ci limitiamo a giocare ma “siamo giocati”, ovvero siamo costituiti nel momento stesso in cui il gioco si realizza, coinvolgendo ciò che vediamo, che conosciamo, che interpretiamo e, in ultima analisi, ciò che siamo. In questo “dialogo”, nel quale l’opera d’arte ci coinvolge, noi possiamo accedere alla verità come un processo in corso e non più come un oggetto esterno percepibile grazie alla lucida visione della ragione.

Come in un gioco di specchi, quindi, possiamo dire che tutto ciò che sappiamo si fonda su una Weltanschauung (una visione del mondo) orientata storicamente e culturalmente e, viceversa, tutto ciò che vediamo si fonda su qualcosa che già sappiamo. Uno dei termini usati per indicare l’atto del pensare è “riflettere”, termine che chiama in causa la funzione specchiante del pensiero occidentale, impoverito, secondo i filosofi continentali dl XX secolo, dal tecnoscientismo di matrice positivista e dalla logica stringente della filosofia del linguaggio, specie quella di scuola anglosassone.

Da quando Platone crea la metafora filosofica della Caverna, tutta la filosofia si “intona” sulla nota della “vista” come senso a cui fare riferimento: da allora, pensare significherà sostanzialmente “vedere”. Sarà Heidegger, nella sua serrata critica alla metafisica occidentale (e alla hybris pan-ottica cui essa dà origine), a contestare l’identificazione del pensiero con la visione a favore dell’ascolto, inteso come un risuonare del linguaggio che viene colto, nella sua profondità, in funzione “rammemorante”. Heidegger finirà per sostituire i poeti agli artisti. Sono questi, i poeti, che rievocano l’essere, aprendo il linguaggio e facendo risuonare la parola di sensi autentici in grado di ricordare all’uomo ciò che egli ha dimenticato. La nostalgia della visione diverrà una nostalgia della parola orale, del senso, del linguaggio.

Malgrado Heidegger, il primato della vista sugli altri sensi è un dato che appare ancora più evidente oggi. I filosofi hanno battezzato questo momento storico come “civiltà dell’immagine”, definendola solitamente in termini negativi, come una dispersione del senso all’interno di una moltiplicazione di stimoli. Secondo i teorici del “simulacro” (Jean Baudrillard), la moltiplicazione delle immagini è un effetto deleterio prodotto dell’industrializzazione del terziario avanzato, noto anche come “società dello spettacolo” (Guy Debord). Questa industria dell’immagine risulta nociva in quanto si fa portatrice di messaggi svianti, dedicati esclusivamente a suscitare desideri d’acquisto nell’individuo, chiamato a identificarsi con il marchio e a cercare autostima nel possesso della merce, trasformata a sua volta in feticcio dalla pubblicità e dall’enorme macchina “immaginifica” che la produce.

Se il consumo si fonda sulla pubblicità e la pubblicità sull’immagine (intesa anche come status symbol) allora anche l’arte può entrare nel circolo e diventare a sua volta una merce, un feticcio, uno slogan adatto a invogliare all’acquisto. Una tale identificazione è stata compresa e svelata da un artista come Andy Warhol, che da bambino, figlio di migranti, vive l’esperienza surreale del supermarket americani come luogo fiabesco, sede di abbondanza e di sicurezza: un luogo estetico ed etico, dal quale trarre i protagonisti (scatole di zuppa o di detersivo) di una nuova arte, la Pop Art. Il cerchio sembra chiudersi qui, ma non è così.

L’individuo, posto di fronte ad una propria “mancanza”, rispetto alla perfezione della merce industriale, entra in un circolo vizioso dove la “soddisfazione di sé” è sempre rimandata in un futuro irraggiungibile. Una “promessa di felicità” (la bellezza secondo Stendhal) appare ad ogni spot televisivo. L’acquisto diventa una dipendenza. Se ognuno è ciò che possiede, possedere diventa un “imperativo categorico” (Immanuel Kant). “Facciamo lavori che non ci interessano per comprare cose di cui non abbiamo bisogno” (cito a memoria “Fight Club” di Chuck Palahniuk). Lo sfruttamento dell’immagine diventa così il motore di una depauperazione del Senso. Come in ogni processo di “dipendenza”, in cui la dose di droga deve aumentare costantemente per produrre il suo effetto, anche l’immagine deve colpire sempre più forte per farsi sentire. “E’ la più grande opera d’arte del XX Secolo”, dirà il musicista tedesco Karlheinz Stockhausen, a proposito della caduta delle Twin Towers, facendo indignare il mondo. Una lettura, quella di Stockhausen, che intende stimolare una riflessione sullo statuto dell’immagine nel mondo contemporaneo e sul suo rapporto con il senso e con l’arte.

Ma una condanna definitiva dell’immagine rischierebbe di annullare anche ciò che di buono essa accoglie in sé.

Ogni estetica è anche un’etica. Come può esistere e “resistere”, dunque, un’accezione positiva dell’immagine? Come può sopravvivere, nella desertificazione del senso, un’immagine eticamente accettabile? Può, l’arte, ancora rappresentare una funzione “igienica” nei confronti di questa desertificazione del senso, magari neutralizzando gli effetti virali di una ipertrofica commercializzazione dell’immagine.

L’idea del collage può forse offrire un paradigma utile, nel momento in cui diventa capace non soltanto di fornire un’immagine costruita ad hoc, che sappia svelare il funzionamento della visione-pensiero. La visione, come il pensiero, prima di giungere ad una sintesi e quindi alla visione panica di un sistema completo, ha bisogno di passare attraverso un lungo processo di collazione che può anche durare secoli.

La fisica offre un esempio emblematico: da molti decenni i fisici cercano una teoria capace di unificare il modello della meccanica quantistica con quello della relatività generale einsteiniana. L’impossibilità, per ora, di trovare una tale teoria, lascia il mondo della fisica, e tutti noi che da essa ci aspettiamo una “immagine” unificante in grado di spiegare l’universo, dentro la necessità di “incollare” insieme, e in modi per ora ipotetici, due dimensioni che rimangono estranee, per quanto non eterogenee. Si tratta di un collage? Probabilmente sì, se per collage intendiamo un affiancamento di due o più elementi che vanno a costituirsi come parti di una dimensione comune, pur restando nella loro individualità elementi del tutto separati.

Nei secoli passati, i geografi hanno costruito le loro carte usando il metodo del collage, unendo porzioni di nuove zone esplorate nel grande disegno del mondo. “Hic sunt leones”, era un modo per dire che il collage non è ancora stato completato. Ancora oggi, Google map è un grande dettagliatissimo collage di immagini e filmati del mondo reale.

L’idea di un’immagine conclusa e conclusiva, capace di racchiudere il tutto in sé, offrendo un’armonica concezione del mondo, è forse la grande utopia che la grande pittura rinascimentale ha trasmesso a tutti noi, attraverso i suoi capolavori ricchi di armonia, equilibrio, profondità di senso e di visione. Prima e dopo questa pittura, è il collage il modello di riferimento che l’uomo può usare per rapportarsi al mondo. Perché il mondo, e la sua Storia, sono ancora un collage in divenire.

Il collage in arte è un assemblaggio di idee provenienti da luoghi diversi, da incontri casuali con immagini e materiali presi dal mondo reale, sottratti ad esso e rigenerati in una nuova esistenza. Il collage è sempre un’igiene e un’etica dell’immagine. Consiste nel “rapire” immagini di uso comune, ormai depauperate del loro senso a causa di uno sfruttamento eccessivo tramite le reti del commercio e dell’informazione. Il fine del collage è quello di ricomporre una visione che, per quanto frammentaria, aspira ad una sintesi “debole”, in grado di costruire un sistema policentrico, evidenziando al tempo stesso il proprio peculiare funzionamento. Il collage è una visione che coinvolge una moralità, un comportamento, una tenuta. Esso implica la scelta, la selezione, la decisione di raccogliere una serie di frammenti al fine di creare un sistema che resta in divenire, che non può concludersi. Ma è proprio questa scelta, questa presa di coscienza e di selezione che mette in atto la moralità, poiché essa segna l’emancipazione dell’artista dal dominio del consumo ipertrofico dell’immagine e lo inoltra nel suo regno, dove egli ha il dominio sull’immagine attraverso una riconfigurazione del rapporto tra visione e sapere.

Il collagista è un costruttore di idee, ma è anche un “collezionista”, un raccoglitore e un mietitore di immagini intese come objet trouvé, come ready made che, posti su tela o su carta, sono raccolti in un campo di forze che permette loro di caricarsi di un senso più autentico, una volta salvate dall’oblio al quale sono destinate. Il collage è una lingua meticcia, un idioma personale, visionario e simbolista che sfrutta la forza di significati condivisi per comporre nuovi sensi, attraverso quei meccanismi retorici che costituiscono il patrimonio della poesia e del linguaggio. Nella sua frammentarietà, il collage si presenta come “opera aperta” (Umberto Eco) che si offre ad un percorso di lettura dalle molteplici interpretazioni possibili. Rispetto ad una Madonna di Raffaello, il collage appare romantico e postmoderno. Nella loro esaltazione del frammento, filosofi come Schlegel, Novalis e i membri del circolo dei primi romantici tedeschi, hanno tentato di superare la modernità, imposta dal pensiero di matrice cartesiana, attraverso la forza evocativa del frammento filosofico. Allo stesso modo, mutatis mutandi, l’epoca postmoderna in cui viviamo alle prese con la globalizzazione, può essere descritta anche come un collage di saperi, di culture e di religioni che spingono per affermarsi sulla scena globale. Ciò potrebbe giocare un ruolo significativo per limitare gli effetti di una pericolosa affermazione del “pensiero unico” (il cui paradigma è rintracciabile nell’opera di Francis Fukuyama, “L’ultimo uomo e la fine della storia”). In futuro, la cultura dovrà forse evitare il rischio di una chiusura su se stessa; allora dovrà giocare la carta del collage, inteso come paradigma di una conoscenza che, lontana dai dogmi, sappia ripensare e riscrivere se stessa dentro un gioco infinito di incontri e frizioni, usando i saperi come fonti aperte dalle quali cogliere spunti nuovi e immagini inedite: del Mondo, della Storia e dell’Uomo.