Forme astratte che suggeriscono movimento e senso di trasformazione: la profondità poetica nei collage di Elise Church, Luca Coser e Joe Kupillas

Immaginate una forma piatta, forse un ritaglio di un foglio di carta da parati. Immaginate questa forma posta accanto ad un’altra, forse un ritaglio da una vecchia fotografia o una rivista colorata. Ora, immaginiamo di vedere queste due forme non separatamente ma insieme, come parti di un tutto più grande. Immaginiamo che le due forme siano state posizionate in relazione tra loro così precisamente e accuratamente da far sì che qualcosa di una forma parli di qualcosa nell’altra. Ecco come inizia un collage. E questo è anche il modo in cui possiamo iniziare a guardare un collage.

Come medium artistico, il collage celebra piuttosto che negare la piattezza delle forme tagliate. Come una sagoma o un’ombra, una forma in un collage appare spesso come eminentemente piatta, legata ad una superficie bidimensionale. Infatti, se consideriamo i recenti collage di Elise Church, Luca Coser e Joe Kupillas, questa insistenza sulla piattezza diventa essenziale.

Un senso di piattezza in un collage rivela l’immediatezza. L’immediatezza e la lucidità del processo di taglia e incolla. Allo stesso tempo, questa sensazione di piattezza rende anche possibili determinate profondità moderne, decisamente potenti e peculiari. L’idea di creare un senso di profondità attraverso la piattezza è controintuitivo, eppure diviene vero ed indispensabile per un apprezzamento sensoriale del collage.

Questa nota ha lo scopo di far luce su come i collage, ed in particolare questi recenti lavori di Church, Coser e Kupillas, ottengano una specifica forma di profondità estetica, una profondità che è, inoltre, peculiarmente moderna. Chiameremo questa sorta di profondità “profondità poetica” in contrapposizione a ciò che è anche noto come “profondità letterale”, propria dell’illusionismo. La profondità poetica è diversa da quella delle rappresentazioni illusionistiche, la profondità poetica non corrisponde, infatti, all’aspetto o all’illusione dello spazio profondo realizzato su una superficie bidimensionale.

La profondità illusionistica è più spesso creata da artisti attraverso tecniche come il sistema prospettico lineare del Rinascimento e altri metodi sottili ma altrettanto convincenti, come la prospettiva atmosferica. La profondità illusionistica è la potente sensazione di profondità che tutti i dipinti “realistici” e disegni classici ci offrono, dai paesaggi cinesi della dinastia Song del XII secolo alle composizioni impressioniste. Tuttavia, è importante rendersi conto che in tutti i dipinti figurativi di successo e nei disegni di ogni periodo o stile – che si tratti di dipinti espressionisti tedeschi o di antichi affreschi romani a Pompei – la profondità illusionistica e poetica spesso operano simultaneamente, a volte migliorandosi vicendevolmente, altre creando ricche opposizioni e tensioni.

Dal momento che la profondità illusionistica è solitamente più facile da riconoscere, pur essendo spesso sedotti dalle sue complessità e dai suoi virtuosismi, possiamo resistere e andare al di là di ciò, apprezzando altre qualità altrettanto importanti in un’opera d’arte. E ancora, con tutta l’arte bidimensionale di ogni periodo, è importante andare oltre l’illusionismo e riconoscere – anzi, assaporare – le qualità che dipendono dalla realistica piattezza del lavoro. Una volta che si comincia a vedere, è anche possibile vedere qualsiasi disegno o dipinto come una composizione su un piano bidimensionale facendo emergere così nuove potenziali percezioni e relazioni. Ad esempio, potremmo vedere una figura come potenzialmente vicina e lontana al tempo stesso: qualcosa di piccolo, tattile, vicino e a portata di mano (in primo piano) e qualcosa di molto grande e molto distante (sullo sfondo lontano). Nel momento in cui accettiamo la piattezza del quadro, ci apriamo anche ad un diverso tipo di profondità. Paradossalmente, per mezzo della piattezza ampliamo, piuttosto che ridurre o “appiattire” il nostro apprezzamento.

Mentre la profondità illusionistica ci rende possibile immaginare uno spazio immaginario profondo dietro il piano dell’immagine letteralmente piatto, la profondità poetica ci spinge, prima di tutto, a riconoscere ed accettare la reale piattezza dell’immagine. Allo stesso tempo, la profondità poetica ci incoraggia anche a percepire le molteplici e talvolta contraddittorie, possibilità simultanee. In altre parole, la profondità poetica ci rende possibile vedere la profondità e la complessità di una composizione che rimane comunque decisamente piatta.

Poiché il collage inizia con la planarità letterale del ritagliare forme, il collage è un mezzo particolarmente utile per sperimentare la profondità poetica, che è il tipo di profondità che riconosce la piattezza come inizio e poi la trasforma in una profondità poetica molto diversa. Consideriamo un esempio: guardiamo una piccola forma circolare bianca in un collage. In un primo momento interpretiamo la forma come un piccolo bottone bianco sul vestito blu scuro di una donna. Ma vediamo anche che lo scuro grigio-bluastro che circonda la forma bianca ha una morbidezza tonale e sottili variazioni di colore che suggeriscono che il tutto, visto da una grande distanza, potrebbe anche essere un cielo scuro o acqua. Ora scopriamo che la piccola figura bianca circondata da oscurità è l’argenteo disco bianco della luna alla vigilia dell’inverno. La bellezza della profondità poetica qui è ciò che ci permette di vedere entrambe le interpretazioni altrettanto valide: riconoscere che la forma bianca è sia un piccolo bottone che la luna, entrambi a portata di mano ed incredibilmente remoti al tempo stesso. Sentiamo qui una percezione oscillante, una sorta di danza tra due interpretazioni opposte ma ugualmente valide.

La profondità poetica è la profondità che ci consente, anzi ci incoraggia, nello sperimentare interpretazioni contrastanti e persino sentimenti conflittuali. È anche la profondità della esperienza multi-sensoriale, del sentire il mondo non solo attraverso la vista, ma con questa e con tutti gli altri sensi: vedere e immaginare trame, suoni, odori e perfino sapori. La profondità poetica ci richiede di sperimentare il mondo, così come un collage, non come un oggetto singolo (come potrebbe essere la risposta ad un rompicapo matematico) ma di aprirci nei confronti di tutte le sue contraddizioni e complessità irrisolte. Per apprezzare la profondità poetica di un collage magistrale, dobbiamo sentire ed allo stesso modo dare un senso alle sue forme. In altre parole, dobbiamo cercare di comprendere queste forme con la nostra mente razionale ed allo stesso tempo coglierle attraverso i nostri sensi.

La profondità poetica è la profondità che ci spinge a percepire molteplici associazioni e significati diversi, a volte contraddittori tra loro. È la profondità delle domande difficili, forse impossibili. Apprendere la profondità poetica può essere molto gratificante per lo spettatore. Il suo apprendimento ed il suo godimento avvengono con calma e necessitano di tempo. Occorre pazienza. Di tanto in tanto, la nostra comprensione di un collage può cambiare improvvisamente ed inaspettatamente perché il collage possiede profondità poetica e/o il suo creatore ha orchestrato certe relazioni forti tra le sue forme piatte che improvvisamente aprono un nuovo modo di vedere. Apprezzare la profondità poetica in un collage non può essere forzato. Infatti la percezione della profondità poetica è una sorta di testamento di libertà per l’unicità e l’individualità di ogni spettatore e di ogni artista.

La profondità poetica ha niente – o molto poco – a che fare con i messaggi politici e sociali. La profondità poetica è in realtà antitetica all’arte della propaganda, che è manipolativa e cerca di convincere il pubblico riguardo certi valori, offrendo a noi lo spettacolo di azioni degne o deplorevoli nello stesso modo. La profondità poetica non ha alcun messaggio singolo, unico, politico o altro. Invece, tutto ha a che fare con la sensibilità estetica. È forse meglio descrivibile come una sorta di voce musicale o silenziosa, la delicata e profonda voce delle forme nell’arte.

I collage di Elise Church sono popolati da figure che ad una prima occhiata sembrano senza pretese, ma che poi esercitano forze molto potenti nella composizione più grande. In Plum vi sono le forme che nascono dal trasgredire il bordo destro della carta, in Protogs vediamo la linea slanciata che spazia attraverso la carta, sempre più spessa e la fusione con un frammento fotografico, in Blue la presenza galleggiante è vicina, ma non ancora del tutto, al centro del foglio. Spesso queste figure straordinarie nei collage della Church sono composite o divise: qualche forma colorata dipinta con inchiostro, adiacente a un po’ di vecchia carta strappata e un frammento di fotografia. Nonostante tendano ad occupare l’area centrale di un vuoto espanso e spesso abbiano anche bordi seccamente definiti ed inequivocabili, queste figure struggenti appaiono, tuttavia, anche paradossalmente squilibrate e precarie, come se fossero sul punto di cadere o di allontanarsi dal centro. Hanno un disperato sentimento perduto, come i personaggi che si trovano in un gioco in cui non appartengono. La magia di questi collage è nel come questi personaggi perduti, questi giocatori così ben sperimentalmente definiti, ottengano e mantengano l’attenzione dello spettatore. Ci troviamo attratti da loro ed incantati dal gioco più grande che li circonda, dalla situazione contraddittoria e quindi, tipicamente moderna, in cui si trovano.

I collage di Joe Kupillas colpiscono (per) un tono molto diverso. Non hanno note tragiche, sono eccitanti e divertenti, morbidi e sottili, ma allo stesso tempo vivaci e molto definiti. Sono anche, evidentemente e letteralmente, narrativi. Il senso di movimento e di trasformazione è altrettanto potente, con la differenza che la trasformazione è musicale. Nei collage di Kupillas sentiamo melodie e canzoni, cacofonie di note, cori selvatici di suoni irriverenti. I collage fanno quello che dice uno dei titoli che Joe Kupillas suggerisce, “fare rumore”.

Nei collage di Kupillas ci sono anche battute. Si consideri il collage dal titolo Piano, in cui un frammento fotografico mostra un accordatore di pianoforte nel momento in cui pizzica delicatamente le corde interne di un pianoforte. Dalle mani del sintonizzatore di pianoforte, come se scorresse da loro, vediamo uscire il seno opulento di una donna. La linea della sua scissione conduce verso il basso, come un’altra stringa. C’è ovviamente una battuta qui. L’ uomo suona la donna, la sua musica, e forse cerca di darle piacere. Forse lei urla, o forse canta come uno strumento ben accordato. Ciò che rende questi collage qualcosa più di uno scherzo, tuttavia, sono le interessanti questioni formali che ci chiedono. Perché la carta crema-bianca morbida, stabilisce un ponte così chiaro, un collegamento tra due colori diversi: il giallo brillante e il bianco neutro? Forse questo suggerisce una relazione tra uomo e donna, o tra piacere fisico e piacere intellettuale. E perché, in questo suggestivo e narrativo collage, i tasti del pianoforte ci riportano ad una serie modernista, le scatole iper-razionali di Donald Judd? Forse questa domanda è di per sé la risposta ad un’altra domanda: perché le scatole di Judd sono girate di lato? Potremmo anche notare che il bianco della cuffia dell’accordatore di pianoforti completa la forma romboidale bianca centrale. Perché il bracciale bianco dell’uomo è così importante, dopo tutto? È questo un suono aggiuntivo, la nota più in alto, la cosa che, pur non completamente al centro, occupa un ruolo centrale? Chiaramente, questa piccola figura bianca è importante e allo stesso tempo piuttosto irrilevante: dopo tutto, è solo un bracciale bianco. Questo tipo di ambiguità intenzionale è più lirica ed è ciò che rende i collage di Kupillas di successo, qualcosa che trascende la linea delle battute sessuali che potrebbero, in un primo momento, catturare la nostra attenzione.

I collage di Luca Coser ricordano il dominio primitivo – e più complesso – del tatto. Come Kupillas, Coser può essere divertente e talvolta tragicomico. Osserviamo, ad esempio, i due punti in Un po’ di bianco. Il bianco qui è ovviamente carne bianca coperta dal bikini sul corpo della donna nell’immagine. Tuttavia, sotto questo punto bianco vi è un altro punto di forma e dimensione uguali ma colorato in viola scuro. Insieme formano una relazione astratta, un punto luminoso contro uno buio, quello buio contro quello luminoso. Ma il rapporto è irregolare: un partner è la carne bianca della parte inferiore di una donna e l’altro rimane ambiguo. Che cosa dobbiamo farne di questa altra forma inferiore? È solo un puntino? Oppure il suo colore viola scuro suggerisce qualcosa che si potrebbe desiderare di toccare, una bacca o dell’uva, per esempio? O questo è il suo opposto, un pezzo di spazzatura o escrementi? Oppure potrebbe questo punto scuro essere qualcosa di molto diverso: la pupilla rotonda di un occhio, l’occhio voyeuristico di qualcuno invisibile che guarda, e forse con molto desiderio di toccare il corpo della donna?

Queste domande incorporate nelle composizioni di Luca Coser riguardano sia il senso della vista, che del tatto. Questi collage sono così convincenti proprio perché rappresentano degli interlocutori. Eppure, insieme a queste domande, c’è un lato più sottile e delicato nei collage di Coser. Egli ci invita a guardare non solo le figure e le forme ma anche i materiali e le consistenze dei collage: immaginare noi stessi, quasi a toccare le superfici fisiche che vediamo. Questo invito è a volte reso evidente dalla presenza di mani, nostro strumento principale per toccare, o di sagome di mani. Spesso i collage più astratti di Coser suggeriscono il piacere sensoriale di fare un collage: sono fatte di superfici su superfici che si toccano l’un l’altra, dipinte sopra, scarabocchiate, cancellate, strappate e colorate. Le forme stesse spesso si toccano a vicenda, come se si accarezzassero e sostenessero l’un l’altra. Eppure, allo stesso tempo, gli oscuri ritagli delle silhouette, che sono così spesso presenti nella sua opera, suggeriscono frustrazione, la frustrazione di non essere in grado di toccare. Ma cosa sono, dopo tutto, queste ombre astratte, se non un rifiuto del mondo tattile? Sono presenze remote e semplificate che sembrano rifiutare la vicinanza e l’intimità. A volte essi suggeriscono una sorta di peculiare risposta ai problemi del tatto, una contraddizione unica nel cuore di ogni collage, il contrasto tra il piacere sensuale e quello estetico che appartiene all’arte di tutti i tipi e di ogni età. Una presenza disincarnata e spesso sconcertante nella nostra immaginazione.

Sanda Iliescu – 24 dicembre 2013
(traduzione in italiano a cura di Luca Caldironi)