Da dove nasce “Castello925″

DA UNO SPAZIO DELLA MENTE AD UN LUOGO
di Luca Caldironi

Lavorando come psicoanalista, spesso mi tornavano alla mente i termini di “contenuto” e “contenitore”. Espressioni usate da Bion come metafora di un rapporto fecondo che porta alla possibilità di pensare, che permette la “pensabilità”. Il luogo, il “contenitore”, è immaginato come una mente, all’interno della quale un’emozione-sensazione, può tradursi in “pensiero”, il “contenuto”.

E’ così che, poco alla volta, ho sentito l’esigenza di dilatare questo luogo e di offrigli anche una dimensione spaziale all’interno della quale organizzarsi.
Dove, poi, situare questo spazio?
Non vi era luogo più corrispondente alla mia fantasia di quanto non lo fosse Venezia.

Mi astengo da ogni considerazione che scivolerebbe nella ‘cartolina’, parlando del sogno, del miraggio, di una città onirica, o meglio di più città, sopra e sotto l’acqua, che si moltiplicano nel riverbero dei riflessi.
Mi limiterò a dire che per me, questo luogo, si avvicina al provocatorio titolo che Bion ha dato alla sua trilogia, “Memoria del futuro”.

Rappresenta infatti, una memoria, una radice, ma su qualcosa di ancora a venire.

Non vi è  saturazione di uno spazio, quanto piuttosto uno spazio, che con il suo continuo ‘svanire’, rimane costantemente insaturo.
Uno spazio, quindi, in un certo luogo, all’interno del quale privilegiare il momento creativo e dove l’arte del ‘qui ed ora’, ‘l’arte contemporanea’, con il suo interpretare il passato, il presente ed il futuro, doveva diventarne l’abitante. Inoltre, leggendo uno stralcio di una presentazione della Lumer ho trovato il filo del discorso, un discorso che intrecciava il mondo ‘scientifico’, con quello ‘artistico’.

Questa ricercatrice diceva che “oggi i neurobiologi hanno a disposizione un’enorme quantità di dati sul funzionamento di varie parti del sistema nervoso, l’arte, nella sua capacità di rappresentare sensazioni ed emozioni, fornisce uno dei più preziosi documenti sul funzionamento del cervello, perché esplora e rivela le capacità percettive del sistema nervoso. L’opera d’arte e il processo creativo diventano così per lo scienziato il racconto esplicito dell’esperienza visiva, non più imprigionata dai confini della spiegazione verbale e dai confini della sperimentazione empirica”.

Questi pensieri mi sembrano camminare su un crinale che unisce, limita e separa più versanti. Un percorso border-line sempre in bilico tra l’artistico e lo scientifico, che spazia in un ventaglio polisemico di espressioni, ferma restando la necessità di contare su delle ‘invarianti’, relative allo specifico dell’oggetto di osservazione.

Il rischio implicito in questo processo è quello della frammentazione di un pensiero unitario, ma è il rischio che la psiche non è dispensata dal correre. Anzi, l’urgenza ora è proprio in questa sfida vitale.

Come nel processo psichico l’attività artistica implica un lavoro di ‘trasformazione’, come accade nel lavoro del sogno, sia del sonno che della veglia, così come nei momenti elaborativi del lutto, in cui si vive e sperimenta  il tentativo di trasformare l’inanimato ed il senza forma in possibilità di vita e di comunicazione.

Attraverso il “rito” artistico si compie il sacrificio, con la produzione di effetti radicalmente nuovi rispetto a quelli di partenza. Il gesto, la formula artistica, declinano l’abbandono di ciò che “è fuori”, di ciò che “sta dinanzi al tempio”, il così detto “pro-fano”, cedendo il proprio dominio di identità in funzione di acquisirne una sempre nuova.

Aggiungerei che, trasformarsi, vuol dire anche non fermarsi davanti alla manifestazione, ma entrare in essa, sperimentarla.

Entrano in gioco le emozioni ed i paradossi con il loro fecondo spiazzamento. Il termine stesso di “fecondo” lascia intravedere, in controluce, la componente generativa di questo vertice, di questa apertura. Legare le dimensioni emotive profonde a nuove possibilità di trasformazione più ricche e unificanti esercita già di per sé una funzione contenitivo- terapeutica.

Mi colpiva uno stralcio di comunicazione che ho sentito proprio in questi giorni in vaporetto. Una signora diceva con un’altra, scendendo alla fermata Giardini-Biennale, : “ … l’arte contemporanea, ORA, è brutta, non è come quella di un tempo … no no … adesso ci sono questi video, così brutti … poi …. no non è proprio più come una volta …..“.

Come se il “Contemporaneo del Passato”, una sorta di ossimoro, potesse essere qualcosa di accessibile, lo si può guardare da una prospettiva, quindi lo si può vedere (l’arte di ora “non si può vedere!!“). Il passato fa meno paura come tutto quello da cui siamo più lontani.

Il Contemporaneo di ORA , da fastidio, disturba. Addirittura vi è un contrabbandato giudizio estetico: “è brutto!“.
Credo sia fondamentale il rapporto con l’arte contemporanea, proprio per questo. Infatti è il diretto precipitato o la diretta espressione di uno stato emotivo diffuso. Impalpabile ed a prima vista (a prima vista appunto) non riconoscibile in quanto fotogramma emozionale di ciò che in massimo grado la nostra mente vuole escludere, negare, proiettare altrove per potersene liberare.

Ma questo processo non è eludibile, pena l’esacerbazione del bisogno che scaturisce in un crescendo di “sofferenza senza nome”.