Collage e politica, il dialogo del Senso

di Nicola Davide Angerame

Il collage, in arte, è un assemblaggio di idee provenienti da luoghi diversi, da incontri casuali con immagini e materiali presi dal mondo reale, sottratti ad esso e rigenerati in una nuova esistenza. Il collage è sempre un’igiene e un’etica dell’immagine. Consiste nel “rapire” immagini di uso comune, ormai depauperate del loro senso a causa di uno sfruttamento eccessivo tramite le reti del commercio e dell’informazione. Il fine del collage è quello di ricomporre una visione che, per quanto frammentaria, aspira ad una sintesi “debole” (Gianni Vattimo), in grado di costruire un sistema policentrico, evidenziando al tempo stesso il proprio peculiare funzionamento. Il collage è una visione che coinvolge una moralità, un comportamento, una “tenuta”. Esso implica la scelta, la selezione, la decisione di raccogliere una serie di frammenti al fine di creare un sistema che resta in divenire, che non può concludersi. Ma è proprio questa scelta, questa presa di coscienza e di selezione che mette in atto la moralità, poiché essa segna l’emancipazione dell’artista dal dominio del consumo ipertrofico dell’immagine e lo inoltra nel suo regno, dove egli ha il dominio sull’immagine attraverso una riconfigurazione del rapporto tra visione e sapere. Questo dominio apre il campo della “scelta” che è di due tipi: la scelta dei singoli frammenti che si vogliono introdurre nel regno “imperituro” dell’arte (salvando l’immagine dall’oblio alla quale il consumo l’ha destinata); la scelta di come accostare, comporre, sovrapporre e in generale mettere i relazione tra di loro i singoli frammenti, una volta che li si vuole raccogliere in una opera.

La prima scelta riguarda il collagista in quanto “collezionista”: raccoglitore e mietitore di immagini, intese come objet trouvé, come ready made che, posti su tela o su carta, sono raccolti in un campo di forze che permette loro di caricarsi di un senso più autentico, una volta salvate dall’oblio al quale sono destinate.

Il collage è una lingua meticcia, un idioma personale, visionario e simbolista che sfrutta la forza di significati condivisi per comporre nuovi sensi, attraverso quei meccanismi retorici che costituiscono il patrimonio della poesia e del linguaggio. Nella sua frammentarietà, il collage si presenta come “opera aperta” (Umberto Eco) che si offre ad un percorso di lettura dalle molteplici interpretazioni possibili.

La seconda modalità di scelta, riguarda il collagista in quanto “uomo politico”. Proprio perché il collage è una “collazione” di più elementi “omogenei per genere” (immagini oppure oggetti e materiali trattati come immagini) ma “eterogenei per sensi” (sia materiali che ideali), esso si presta ad una analogia con la politica e con il “fare politica” in quanto pratica della ricerca in(de)finita di un senso condiviso operata attraverso un dialogo ininterrotto tra le parti politiche, ovvero tra i partiti. Nel Parlamento, le parti politiche “avverse” stabiliscono la loro sede permanente, affinché il dialogo attorno ai principi e alle leggi possa proseguire senza soluzione di continuità. La pratica della democrazia rappresentativa parlamentare prevede che i partiti politici svolgano la funzione dei frammenti in un collage: i loro valori e ideali devono confluire nel Parlamento e nel Senato, i quali diventano così dei grandi collage, in grado di accogliere le istanze di tutti i componenti, dando a ciascuno un peso diverso ma assemblandoli dentro un “orizzonte di senso” condiviso (la Costituzione in primis) che rende praticabile, realizzabile e percepibile la costruzione di Senso, alla quale la pratica legislativa si adatta e rappresenta, in fondo, una conferma e una validazione.

Se è vero che il collage ha la capacità anche di far convivere opposte istanze dentro uno stesso “campo” percettivo e operativo, si potrebbe pensare che allora “tutto è collage”. In verità non è affatto così. Dalla grande pittura rinascimentale, ai “tagli” di Lucio Fontana, molta arte, anzi la gran parte di essa, si presenta coma la negazione del collage. Nell’arte rinascimentale tale negazione prende la forma di un’immagine conclusa e conclusiva, capace di racchiudere il tutto in sé, offrendo un’armonica concezione del mondo: essa ha così forgiato una grande utopia, trasmettendo a tutti noi posteri il senso e il desiderio di un Mondo fondato su armonia, equilibrio, profondità di senso e di visione, al pari dei grandi quadri prodotti dai geni del Rinascimento. L’altra negazione del collage è rappresentato dalla modernità autosufficiente dei “concetti spaziali” di Lucio Fontana, intesi come un gesto unico ed assoluto, capace di convogliare il concetto in un atto e trasformare l’opera in una idea autosufficiente, che non prevede possibilità di incontro e confronto.

Anche la “politica del dialogo” rappresentata dalla democrazia, ha un paio di estremi oppositori che ne negano l’essenza, al pari di quanto avviene al collage. Da una parte vi è l’anarchia più radicale dello “stato di natura” definito da Hobbes come “homo homini lupus”, della guerra di “tutti contro tutti”, che nell’Italia contemporanea (Paese dal quale mi capita di scrivere) ha assunto la forma ibrida, ma anche ambigua e deleteria, del “familismo amorale” (Edward C. Banfield). In questa condizione ogni dialogo è impossibile poiché la situazione appare pulviscolare e disordinata, priva di principi ordinatori e di un orizzonte di senso condiviso. La dispersione del Senso avviene tramite una moltiplicazione infinita di “lingue” e di “logiche”, ben espresso dal racconto biblico della Torre di Babele.

All’estremo opposto, l’altro nemico della “politica del dialogo” è la tirannia (Robespierre), intesa come sistema puntiforme, come monologo assoluto del sovrano, compiuto nella totale autoreferenzialità e privo di una qualsiasi controparte che possa funzionare come elemento di equilibrio rispetto ad un possibile “delirio di onnipotenza”, che regolarmente si realizza nelle tirannie apparse nelle pagine più tragiche della Storia.

L’analogia tra collage e politica appare possibile il Senso appare tanto fragile eppure solido: fragile perché può essere spazzato via ad ogni momento della Storia, e solido poiché è uno dei più alti e impellenti bisogni di ogni singolo uomo, e delle società umane nel loro desiderio di ordine e di stabilità. Il Senso è qualcosa che nasce nel dialogo ed è quella moneta di scambio che le parti hanno per poter dire ciò che hanno da dire: fuori dal dialogo il Senso perisce. Il collage può essere la forma più alta di dialogo tra le parti, così come la democrazia. Il collage, così come della politica, sono entrambi modi di “costruzione di Senso”, di indicazione di una “direzione” verso la quale procedere, uno scopo (τέλος) verso il quale tendere. Un esempio di Senso, almeno per una certa civiltà e per un certo periodo storico, può trovarsi nel concetto di “felicità”, la cui ricerca è prevista come “diritto universale” nella Costituzione Americana. Tale concetto è abbastanza indefinito da potere accogliere in sé i significati più diversi, ma appare abbastanza chiaro ed evidente da poter offrire un modello reale di “fine” verso il quale tendere. Questo termine, con le sue possibili interpretazioni e le sue implicazioni, apre un orizzonte di Senso, che è quello nel quale ogni dialogo ulteriore diventa possibile e nutriente. Mantenere attivo questo dialogo significa tenere aperto un campo di forze dentro le quali il Senso può trovare dimora e operare come stimolo del pensiero e della ricerca, offrendo una garanzia di base alla comprensione reciproca. Il senso del dialogo tra le parti è il dialogo del Senso, è la partecipazione di tutte le parti, siano esse politiche o artistiche, alla costituzione di un “tutto” che non pretende assolutezza e non intende imporsi come Verità unica, ma si accontenta di funzionare come una stazione di servizio, come il luogo di ristoro e come “verità provvisoria” sul cammino in(de)finito verso la Verità. In questo senso il collage, proprio grazie alle sue qualità pluraliste e strutturali, permette di offrire un piccolo paradigma estetico per la prassi politica democratica, intesa come sistema che garantisce la condivisione e la distribuzione delle voci (Jean-Luc Nancy) all’interno di un piano generale fatto di regole condivise.

Ciò potrebbe, in futuro (ma anche nel presente in cui viviamo), giocare un ruolo significativo per limitare gli effetti di una pericolosa affermazione del “pensiero unico” (il cui paradigma è rintracciabile nell’opera di Francis Fukuyama, “L’ultimo uomo e la fine della storia”). In futuro, la cultura dovrà forse evitare il rischio di una chiusura su se stessa; allora dovrà giocare la carta del collage, inteso come paradigma di una conoscenza che, lontana dai dogmi, sappia ripensare e riscrivere se stessa dentro un gioco infinito di incontri e frizioni, usando i saperi come fonti aperte dalle quali cogliere spunti nuovi e immagini inedite: del Mondo, della Storia e dell’Uomo.