Castello 925 +Plus

In contemporanea con Art Biennale Venice 2015 ‘All the World’s Futures’
Installation: ‘Passages – The Futures Are Un-Written’
by the artist Al Varo at Castello925 +Plus (Art-Center Gallery)
Fondamenta San Giuseppe 780, Venezia (Italy)

‘N-opening’ (Vista dall’esterno) da sabato 20 giugno a domenica 05 luglio 2015

Può una ferita trasformarsi in una ‘feritoia’ attraverso la quale vedere le cose? Questa domanda ci appare filtrare attraverso l’ installazione dell’artista Al Varo. Istallazione che si pone come una bidimensionale feritoia e che fa del ‘vedere’ un suo privilegio. Ma, come spesso accade, un inganno sottende la vista e lo sguardo procede spaesato. Lo spettatore ne è tenuto fuori, può solo osservare attraverso le sbarre, lo sguardo è recluso.

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Chiediamo all’artista:
L.C. : “C’è qualcosa di voyeuristico in tutto ciò? Perdonami, sarà una mia deformazione
professionale, ma il fatto di non poter entrare in una stanza ed essere costretti a sbirciare da una grata, sbirciare una certa ‘scena’ da cui sentirsi esclusi mi evoca suggestioni ben note alla cultura psicoanalitica. Non è, questa, e non vuole essere, una sorta di interpretazione del tuo lavoro, ma una suggestione che dal tuo lavoro è evocata.

A.V. : “Si, è un rischio che ho corso consapevolmente. D’altra parte come si dice nel Qohèlet, ‘Nihil sub sole novum’! Non credo, infatti, che la ricerca di una certa originalità debba ‘saturare’ l’operazione artistica. Piuttosto mi lascio sedurre da quel potere evocativo dell’opera stessa, sia nei momenti della sua creazione che nell’impatto di un suo compiuto sempre incerto. Ma quello che tu osservi è vero, forse, se vogliamo introdurre una qualche variabile, possiamo osservare la presenza di due feritoie, anche se una provocatoriamente addossata al muro.

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L.C. : “A proposto di questo, … chi guarda che cosa e da dove lo guarda … le due grate rimangono sospese, una specie di prigione che individua la condizione dell’essere umano. Veniamo ora al contenuto interno. Un interno irraggiungibile e come tu dicevi, rispetto al contenuto stesso, un interno-intimo, altamente evocativo. Ci sono rimandi, citazioni culturali che ci possono venire in aiuto?

A. V. : “Ancora una volta sì. I rimandi e le citazioni ci sono e sono evidenti. La cornice vuota come ‘passaggio’, una condizione umana sempre più meccanica in cerca di trasformazione, il tempo, tradotto in volume geometrico, condensato al centro del trittico, il ‘tertium non datur’ della sedia vuota … Anafettività, de-umanizzazione … Anche la sessualità può essere vista come una tenaglia che può liberare dalla prigione o interlocutoria-mente, può esserne imprigionata. Come vedi, lascerei stare i contenuti, preferisco fermarmi, nello stesso modo in cui tento di fare nella istallazione. Scelgo che l’osservatore si fermi davanti all’opera, la possieda più con lo sguardo che come spazio fisico. E’ frustrante, lo so, ma concedendomi la libertà di una piccola invasione di
campo: non era, forse, lo psicoanalista inglese W. Bion che diceva che il pensiero o la possibilità di pensare si genera dalla frustrazione?
L.C. : “Si certo, è vero. E considero, inoltre, questa tua ultima frase come un garbato ed elegante invito a pensare ed a lasciare che i pensieri si generino dentro di noi. Allo stesso tempo tutto ciò mi restituisce e nobilita nel mio ruolo di ‘pro-fano’. Pro-fano come colui che ‘resta al di fuori’, non come colui che ‘è’ al di fuori, ma come colui che decide responsabilmente di sopportare la frustrazione di rimanere al di fuori. Anche al di fuori di
ciò che si può vedere. In altro modo potremmo dire che, attraverso il tuo lavoro di artista ci porti a vedere quell’<invisibile> di cui il <visibile> è abitato.

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